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L'ingegner Dolf

L'ingegner Dolf

Аннотация

    Un racconto sugli universi paralleli con un protagonista d’eccezione ed una Terra dove dirigibili e auto elettriche reggono i trasporti del mondo.

    Anche pubblicato come “Fermate quello Zeppelin!”.

    Vincitore dei premi Hugo e Nebula per il miglior racconto breve (Short Story) in 1976.


Fritz Leiber L’ingegner Dolf

    Quest’anno, quando sono andato a New York a trovare mio figlio, che insegna storia sociale in una delle principali università municipali, mi è capitata un’esperienza sconvolgente. Nei momenti neri (e alla mia età succede di averne qualcuno) ripensandoci mi viene da dubitare che i confini fra Spazio e Tempo, nostra unica protezione contro il Caos, siano davvero assoluti, e temo che la mia mente, no, tutta la mia esistenza individuale, possa di punto in bianco e senza preavviso esser travolta da una folata di Vento Cosmico e trasportata in un punto completamente diverso nell’Universo delle Infinite Possibilità. O, meglio, addirittura in un altro universo. E che la mia mente e la mia individualità cambino, per potercisi adattare. In altri momenti, invece, e per fortuna sono più numerosi, penso che la mia sconvolgente esperienza sia stata uno di quei sogni a occhi aperti così vividi e netti a cui spesso cedono le persone anziane; sogni in cui rivive il passato, e specialmente quelle occasioni cruciali del proprio passato in cui una persona avrebbe potuto fare una scelta completamente diversa e migliore di quella che fece, o in cui il mondo intero avrebbe dovuto prendere una decisione diversa da cui sarebbe risultato un altro futuro. Bellissimi, allettanti avrebbe potuto essere turbano spesso la mente di molte persone anziane.
    Accettando questa interpretazione, devo ammettere che tutta quella mia sconvolgente esperienza nel suo complesso aveva le caratteristiche di un sogno. Cominciò con sorprendenti, rapide visioni di un mondo cambiato, proseguì per un periodo più lungo durante il quale io accettavo senza riserve quel mondo e ne godevo, e, nonostante alcuni brevi momenti di disagio, avrei voluto che durasse per sempre, e si concluse con orrori e incubi che, fin quando non ne sia costretto, preferisco non menzionare, figuriamoci poi discuterne.
    In contrasto con questa interpretazione in chiave di sogno, ci sono momenti in cui invece sono profondamente convinto che quanto mi accade a Manhattan e in un certo famoso grattacielo non fu per niente un sogno, ma un avvenimento reale e che io venni effettivamente a trovarmi su un altro Flusso Temporale.
    Da ultimo debbo avvertire che quanto sto per raccontarvi deve, per necessità di cose, essere descritto in retrospettiva, pur essendo consapevole dei cambiamenti connessi, con deduzioni e commenti che in quell’epoca non mi passò mai per la mente di fare.
    No, quando accadde, ed ora, mentre sto scrivendo, sono convinto che accadde realmente, un attimo seguì al precedente nel modo più naturale possibile e io non ci trovai nulla di strano.
    Quanto al perché accadde proprio a me e quale particolare meccanismo fu il responsabile dell’avvenimento, ebbene sono convinto che tutti, uomini e donne, hanno dei brevi attimi di estrema sensibilità, o, meglio, di vulnerabilità, durante i quali la mente e tutta l’esistenza individuale possono essere travolti dal Vento Cosmico per essere trasportati Altrove. E in seguito, a causa di quella che io definisco Legge della Coservazione della Realtà, riportati al punto di partenza.

    Stavo scendendo Broadway, all’altezza pressappoco della 34a Strada. Era una giornata fresca e soleggiata nonostante lo smog, una giornata limpida, e io mi ritrovai senza volerlo a camminare con piglio più vivace del solito, sollevando i piedi davanti a me in quello che poteva sembrare un accenno al passo dell’oca. Inoltre allargai le spalle e aspirai a fondo ignorando i gas che mi pizzicavano il naso. Al mio fianco il traffico rombava e ringhiava, levandosi a volte in una rata-tata di mitraglia, mentre i pedoni si agitavano con quell’andatura da topi affannati caratteristica delle grandi città americane, e in modo particolare di New York. Io ignoravo allegramente tutto questo, e arrivai perfino a sorridere alla vista di uno straccione e di una matura signora impellicciata che attraversavano la strada schivando le macchine con la fredda abilità che si ritrova solo nelle maggiori metropoli americane.
    Proprio in quel momento mi accorsi che dall’altra parte della strada si stendeva una lunga ombra. Non poteva esser l’ombra di una nuvola perché era immobile. Alzai la testa fino a torcermi il collo per guardare il cielo, vera immagine del «Hans-Kopf-in-die-Luft» (Giannino Guarda-in-aria) della poesiola tedesca.
    Dovetti risalire con lo sguardo lungo tutti e 102 i piani del più alto edificio del mondo, l’Empire State. Chissà perché, mentre lo risalivo con lo sguardo, mi pareva di vedere l’immagine di una gigantesca scimmia dalle lunghe zanne, che si arrampicava tenendo stretta in una zampa una bella ragazza… ma sì, mi tornava alla mente quel divertente film fantastico americano, King Kong, che gli svedesi chiamano invece Kong King.
    Poi il mio sguardo si arrampicò più in alto fino alla sommità del grattacielo dove era ormeggiato l’enorme, bellissimo, aerodinamico dirigibile la cui ombra si proiettava sulla strada.
    A questo punto è necessario sottolineare che, in quel momento, non fui per niente stupito di vederlo tutto con una sola occhiata — dello Zeppelin tedesco Ostwald, così battezzato in onore del grande pioniere tedesco della chimica-fisica e dell’elettrochimica, il più grande e lussuoso dei più-leggeri-dell’aria che facevano regolare servizio dalle basi di Berlino, Baden-Baden e Bremerhaven. Quel!’ineguagliata e ineguagliabile Armada della Pace, dove ogni componente portava il nome di un famoso scienziato tedesco: Mach, Nernst, Humboldt, Fritz Haber, e poi di uno scienziato francese, Henry Becquerel, di uno americano Edison, della polacco-americana Sklodwska e dell’americano-polacco Sklodowski-Edison. E ce n’era perfino uno che portava il nome di uno scienziato ebreo: l’Einstein! Era la grande compagnia di navigazione in cui io ricoprivo un importante incarico come ingegnere aeronautico ed esperto dei mercati esteri. Mi si gonfiò il cuore di orgoglio per quell’edel-nobile-impresa compiuta dal Vaterland.
    Senza bisogno di pensarci, e senza sorpresa, sapevo che l’Ostwald era lungo circa la metà dell’altezza dell’Empire State Building, compresa la torre grande abbastanza da contenere un ascensore. E il mio cuore tornò a esultare al pensiero che la Zeppelinturm (torre dei dirigibili) di Berlino era alta quasi altrettanto. La Germania, pensavo, non ha bisogno di cifre record, le sue conquiste tecniche e scientifiche parlano da sole in tutto il mondo.
    Tutto questo durò solo un secondo, e io intanto continuavo a camminare. Mentre riabbassavo lo sguardo, canterellavo fra me «Deutschland, Deutschland über Alles».
    La Broadway in cui mi trovavo era completamente diversa, anche se allora mi pareva normalissima come la presenza dell’Ostwald, enorme elissoide tenuta sospesa dall’elio. Argentei camion e autobus elettrici e auto private a non finire passavano col loro ronzio appena percettibile, come pochi attimi prima passavano i rumorosi veicoli a benzina di cui in quel momento mi ero completamente dimenticato. Pochi isolati più avanti un’auto elettrica scivolò silenziosamente sotto l’arcata di una stazione di rapido-cambio-batterie, mentre altre ne uscivano per immettersi nel flusso silenzioso del traffico.
    L’aria che aspiravo a pieni polmoni era fresca e pura, senza la minima traccia di smog.
    I pedoni, stranamente pochi, camminavano in fretta ma con un’aria dignitosa e beneducata che prima mancava del tutto, e i numerosi negri erano altrettanto benvestiti e sicuri di sé dei caucasici.
    L’unica nota un pochino stridente era data da un uomo alto, pallido, emaciato, vestito di nero e con inconfondibili lineamenti ebrei. L’abito era liso anche se pulito, e teneva incurvate le spalle sottili. Mi parve che mi guardasse intenzionalmente, per distogliere subito lo sguardo appena i suoi occhi incontrarono i miei. Chissà perché mi venne in mente che mio figlio, alludendo al City College di New York, CCNY, mi aveva raccontato che adesso lo chiamavano City College Now Yddish (Adesso Ebreo), e non potei far a meno di sorridere alla battuta, anche se era detta e pensata senza malizia. La ben nota tolleranza e larghezza di vedute tedesca ha completamente vinto il vergognoso anti-semitismo di un tempo, tanto più che, ammettiamolo, almeno un terzo dei nostri grandi uomini sono ebrei o hanno sangue ebreo nelle vene. Fra gli altri, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, Haber e Einstein. Talvolta nel subconscio delle persone più anziane, come me per esempio, la vista di un paio di occhi neri o di un naso a uncino può suscitare pensieri poco ortodossi, ma sono cose di un attimo, che subito tornano a scomparire nel passato dove sono sepolte.
    Il buonumore riprese subito il sopravvento, e con gesto deciso, quasi militaresco, mi lisciai con l’unghia del pollice i baffetti corti e dritti che ornano il mio labbro superiore, per poi sollevare automaticamente la mano a rimettere a posto la grossa virgola di capelli neri (confesso che li tingo) che tende sempre a ricadermi sulla fronte.
    Lanciai un’altra occhiata a quell’argentea meraviglia dell’Ostwald, ripensando alle incomparabili comodità offerte dal dirigibile di gran lusso: i motori silenziosi che facevano girare le eliche, motori elettrici, naturalmente, a cui fornivano l’energia necessaria le batterie TSE, sicure al cento per cento come l’elio; il Grande Corridoio che correva lungo tutto il ponte di passeggiata dall’Osservatorio di Prua alla Sala Giochi di poppa, anch’essa a vetrate, trasformabile di notte in Gran Sala da Ballo; i meravigliosi ambienti che si aprivano sul corridoio, come il «Gesellschaftstraum der Kapitan» (Salotto del Capitano) con i pannelli di legno scuro, la sala da fumo per uomini e la «Damentische» (Sala di ritrovo per le signore), il Ristorante con le tovaglie di lino e la posateria di alluminio placcato argento, il bar Schwarzwald, la sala da gioco con la roulette, il tavolo da baccarat, chemindefer, blackjack («vingt-et-un»), e i tavolini per lo skat, il bridge, il domino e il sessantasei, le scacchiere (cui presiedeva il deliziosamente eccentrico campione del mondo Nimzowitch, capace di vincere tutte le partite contemporaneamente, e in modo sempre brillante) con i pezzi in stile barocco, e le lussuose cabine coi mobili di balsa impiallacciati di mogano; e poi gli attenti e premurosi steward, tutti piccoli e magri come fantini, quando non erano dei veri nani (scelti così per risparmiare peso), e l’ascensore di titanio che, risalendo tra gli innumerevoli involucri di elio, portava ai due ponti dell’Osservatorio Zenith, il ponte scoperto, con le pareti laterali trasparenti ma privo di tetto per lasciar libero ingresso alle nubi mutevoli, alla nebbia misteriosa, ai raggi delle stelle e del sole, al cielo stesso. In quale altro posto del mondo si poteva vivere in mezzo a tanti agi? Mi piacque rammentare nei minimi particolari la cabina che mi veniva sempre riservata quando m’imbarcavo sull’Ostwald, «meine Stammkabine». Rividi con gli occhi della mente il Grande Corridoio stipato di ricchi passeggeri in abito da sera, di prestanti ufficiali, di attenti e premurosi steward, e il luccichio degli sparati candidi, lo splendore delle spalle nude, lo scintillio dei gioielli, la musica delle conversazioni, simile a quella di un quartetto d’archi, le risate sommesse e armoniose che le accompagnavano.
    Con perfetto tempismo eseguii un «Links, marschiren» («Fianco sinist», marsc!) e varcata l’imponente soglia dell’Empire State, entrai nell’enorme atrio dove, sull’orologio dal quadrante d’argento, lessi la data e l’ora: 6 maggio 1937 — 13 h. 7’. Bene! Poiché l’Ostwald non sarebbe partito che al rintocco delle tre pomeridiane avevo tutto il tempo di consumare un sostanzioso pasto e di parlare con mio figlio, se si era ricordato dell’appuntamento. Ma non avevo dubbi su questo, poiché è un figlio rispettoso e beneducato, un vero esempio della sua sana mentalità tedesca.
    Attraverso la folla di persone eleganti e distinte che gremiva l’atrio, senza creare ressa e confusione, mi diressi all’ascensore con la scritta «Al Dirigibile», e, in tedesco, «Zum Zeppelin».
    L’addetta all’ascensore era una graziosa giapponesina che sulla casacca d’argento portava l’emblema della DGL, l’Unione Aerea Tedesca, un dirigibile sormontato da un’aquila bicipite. Notai con piacere che parlava con altrettanta scioltezza sia l’inglese che il tedesco e che era gentile con tutti i passeggeri in quel caratteristico modo un po’ freddo che hanno i giapponesi, e che in certi aspetti somiglia alla precisione scientifica del nostro stile tedesco, sebbene la nostra lingua abbia un caldo sottofondo passionale. Com’è bello che le nostre federazioni, ai lati opposti del globo, mantengano ottimi rapporti culturali e commerciali!
    Gli altri passeggeri, per lo più americani e tedeschi, erano tutti gente di classe, molto ben vestiti, eccezion fatta per quel tetro ebreo in nero che avevo già visto e che s’infilò in cabina proprio mentre si chiudevano le porte. Mi parve che si sentisse a disagio, forse a causa del suo abito logoro, e fui sorpreso di vederlo, ma mi feci un punto d’onore di mostrarmi cortese con lui rivolgendogli un lieve inchino accompagnato da un sorriso. Dopotutto gli ebrei hanno anche loro il diritto di godersi gli agi e il lusso come chiunque altro, se hanno il denaro per permetterseli… e molti di loro lo hanno.
    Durante il tragitto mi tastai il taschino della giacca per accertarmi di non aver dimenticato il biglietto, di prima classe! e i documenti, ma soprattutto volevo sentire il rassicurante gonfiore della tasca interna, chiusa da una cerniera lampo, dove avevo riposto i documenti che mi procuravano tanta gioia e tanto orgoglio: gli accordi preliminari, firmati da entrambi i contraenti, che avrebbero permesso all’America la costruzione di Zeppelin per passeggeri. La Germania moderna è sempre generosa e pronta a condividere le sue conquiste tecniche con le nazioni sorelle, fiduciosa che il genio dei suoi scienziati e l’abilità dei suoi tecnici la manterranno sempre alla guida degli altri paesi. Dopotutto, il genio di due americani, padre e figlio, aveva dato un contributo essenziale anche se indiretto allo sviluppo dei viaggi aerei sicuri (e non dimentichiamo la parte avuta dalla polacca, moglie del primo e madre del secondo).
    Scopo principale del mio viaggio a New York era stato proprio raggiungere quell’accordo, ma io ero riuscito ad accompagnare i doveri della mia permanenza nella metropoli americana al piacere di passare lunghe ore con mio figlio, lo storico sociale di grande avvenire, e della sua affascinante sposa.
    Quelle felici riflessioni furono interrotte dall’arrivo senza la minima scossa della cabina al centesimo piano. Il tragitto che il vecchio King Kong innamorato aveva compiuto con tanta fatica, noi invece l’avevamo fatto senza nessuno sforzo. Le porte d’argento si spalancarono e gli altri passeggeri esitarono un attimo prima di scendere, forse intimoriti al pensiero del viaggio che li aspettava; io, da quell’«habitué» dei viaggi aerei che sono, scesi per primo, non senza aver rivolto un cenno e un sorriso d’approvazione alla mia collega giapponese di bassa categoria.
    Dopo aver dato appena un’occhiata all’enorme finestra panoramica che si apre di fronte all’ascensore e da cui si gode l’incomparabile vista di Manhattan dall’altezza di 335 metri meno due piani voltai subito, non a destra dove si trovavano la Sala d’Aspetto e l’ascensore della Torre, ma a sinistra, dove si apriva la porta del lussuoso ristorante tedesco «Krahenest» (Nido del Corvo).
    Passai attraverso la fila delle statuette che fiancheggiano l’ingresso e rappresentano Thomas Edison, Maria Sklodowska Edison da un lato, e Thomas Sklodowski Edison e il conte von Zeppelin dall’altro, ed entrai nel recinto riservato del più elegante ristorante tedesco fuori dei confini della madrepatria. Mi soffermai a dare un’occhiata d’assieme allo spazioso locale dai pannelli di legno scuro scolpiti con bellissime raffigurazioni della Foresta Nera e dei suoi mitologici abitanti: coboldi, elfi, gnomi, driadi (piacevolmente sexy) e simili. Mi interessavano in quanto io sono uno di quelli che in America chiamano pittore della domenica, anche se i soggetti dei miei quadri sono quasi sempre zeppelin sullo sfondo di cieli azzurri e nuvole ariose.
    L’«Oberkneller» mi corse incontro col menu infilato sotto il braccio, esclamando: — «Mein Herr!». Lusingato di rivedervi. Ho un tavolo per uno con vista sull’Hudson.
    Ma in quello stesso momento io avevo scorto una figura giovannile alzarsi da un tavolo in fondo alla sala, mentre una voce nota chiamava: «Hier, Papa!».
    — «Nein, Herr Ober» — dissi sorridendo al capocameriere avviandomi — «heute hab ich ein Gesellschafter. Mein Sohn».
    E attraversai la sala passando fra i tavoli occupati da eleganti clienti sia bianchi che di colore.
    Mio figlio mi diede una forte stretta di mano, sebbene ci fossimo lasciati solo da poche ore, e insisté perché prendessi posto sulla panchetta di cuoio imbottito contro il muro, da cui potevo godere la vista di tutto il ristorante, mentre lui si mise a sedere sulla sedia di fronte.
    — Perché mentre mangiamo voglio vedere solo te, caro papà — mi disse con virile tenerezza. — Possiamo stare insieme un’ora e mezzo. Ho già provveduto a far trasportare a bordo i tuoi bagagli. — Che figlio servizievole e premuroso!
    — E adesso, papà, cosa prendi? — domandò dopo che ci fummo seduti. — Ho visto che il piatto speciale di oggi è «Sauerbraten mit Spatzel» e cavolo rosso in agrodolce. Ma c’è anche «Paprikahunn» e…
    — Lasciamo che la paprika irradi il suo rosso splendore in cucina — risposi. — Va bene il «Sauerbraten».
    A un cenno del capocameriere, l’addetto ai vini si era già avvicinato al nostro tavolo. Stavo per impartirgli gli ordini, quando mio figlio mi prevenne con un’autorità e un senso dell’ospitalità che mi riscaldarono il cuore. Scorse rapidamente ma a fondo la lista e: — Zinfandel millenovecentotrentatré — ordinò deciso, non senza però avermi dato un’occhiata per vedere se ero d’accordo. Io annuii con un sorriso.
    — E cosa ne diresti di «ein Tropschen Schnapps», tanto per cominciare? — mi propose poi.
    — Un brandy? Sì! — risposi. — Ma non una goccia soltanto. Ordinalo doppio. Non capita tutti i giorni di pranzare con un distinto erudito, figliolo mio.
    — Oh, papà — protestò lui chinando gli occhi e quasi arrossendo. Poi ordinò al cameriere dai capelli bianchi, fermo in un corretto inchino: — «Schnapps. Doppel».
    Ci guardammo con profondo affetto per qualche beato secondo, poi io dissi: — Adesso raccontami più a fondo quello che hai fatto qui a New York nel tuo viaggio-scambio. Abbiamo parlato spesso delle tue ricerche storico-sociali, è vero, ma solo in modo generico e superficiale alla presenza dei tuoi amici e della tua deliziosa mogliettina. Invece vorrei adesso che tu me ne dessi un resoconto più approfondito e particolareggiato, da uomo a uomo. A proposito, nelle biblioteche universitarie di New York hai trovato materiale sufficiente per le tue ricerche? Sono all’altezza di quella dell’università di Baden-Baden e delle altre istituzioni culturali della Federazione Germanica?
    — Hanno qualche lacuna — disse mio figlio — tuttavia sono bastate per il mio lavoro. — Tornò ad abbassare gli occhi, confuso. — Ma, papà tu lodi troppo i miei modesti sforzi. Non sono niente in confronto alla vittoria nel campo dei rapporti industriali internazionali che tu hai ottenuto in questi quindici giorni!
    — Lavoro normale per la DLG — dissi con aria noncurante, ma mi tastai ancora la giacca per il piacere di sentire sotto le mie dita i documenti infilati nella tasca interna. — Ma adesso smettiamola coi complimenti — proseguii, in tono più gaio. — Raccontami dei tuoi «piccoli sforzi» come li definisci tu.
    — Bene, papà — disse guardandomi negli occhi, con un piglio sicuro e professionale. — In questi due anni di lavoro mi sono sempre più convinto della fragilità delle fondamenta su cui si regge il mondo felice e ricco in cui viviamo oggi. Se certi avvenimenti chiave, in apparenza spesso di secondaria importanza, accaduti nel corso dell’ultimo secolo si fossero svolti in modo diverso, se gli eventi avessero seguito un altro corso, oggi tutto il mondo sarebbe forse in preda a guerre e orrori inimmaginabili. È un pensiero agghiacciante, ma ha sempre dominato lo svolgimento del mio lavoro, pagina dopo pagina.
    Io sentii in quell’istante l’emozionante tocco dell’ispirazione. Intanto arrivò il cameriere col brandy nei tondi bicchieri di cristallo. Interrompendo il corso dei miei pensieri, levai il bicchiere e dissi: — «Prosit!» — La forza e il calore dell’eccellente «schnapps» rinfocolarono la mia ispirazione: — Credo di comprendere quello che vuoi dire, figliolo __cominciai, indicando le quattro statuette di bronzo che fiancheggiavano l’ingresso del ristorante. — Per esempio — spiegai — se Thomas Edison e Maria Sklodowska non si fossero sposati, e specialmente se non avessero avuto un figlio super-genio, la conoscenza di Edison nel campo dell’elettricità e quella di lei sulla radioattività non avrebbero forse avuto mai modo di entrare in contatto. Non sarebbe mai stata creata l’impareggiabile batteria T.S.Edison che è il principale motore dell’odierno traffico terrestre ed aereo. I prototipi di veicoli elettrici introdotti dal «Saturday Evening Post» di Filadelfia sarebbero rimasti costose rarità. E il gas elio non sarebbe mai stato prodotto dalle industrie per poter compensare la scarsità delle risorse naturali.
    — Papà — disse con calore mio figlio — anche tu sei un genio! Hai alluso al più importante degli avvenimenti di cui parlavo prima. Proprio ora sto terminando le ricerche necessarie per stendere una lunga relazione sull’argomento. Lo sai, papà, che ho scoperto con assoluta certezza attraverso alcuni documenti francesi, che nel milleottocentonovantaquattro Maria Sklodowska stava per sposare il suo collega Pierre Curie, e avrebbe potuto quindi diventare Madame Currie, se l’audace e brillante Edison non fosse opportunamente arrivato a Parigi nel dicembre di quell’anno a soffiargliela sotto il naso e a portarla a New York, dove l’attendeva ben altra gloria che non le soddisfazioni dei suoi lavori di ricerca con Curie e Becquerel?
    «E poi pensa, papà» continuò cogli occhi accesi — cosa sarebbe successo se il loro figlio non avesse inventato la sua batteria, il più difficile traguardo tecnico, che ha addirittura del miracoloso, raggiunto in tutta la storia dell’industria! Pensa… Henry Ford avrebbe dotato le sue automobili di motore a scoppio funzionanti a gas naturali o a benzina liquida evaporata, invece che a motore elettrico. Non ci sarebbero state le attuali automobili silenziose e pulite, ma altre rumorose, sporche, che avrebbero prodotto gas di scarico velenosi. Auto che funzionano grazie alla pericolosa e nociva combustione della benzina! Ma te lo immagini? Rabbrividisco solo a pensarci.
    Solo allora mi accorsi che il tetro ebreo vestito di nero stava seduto a due tavoli dal nostro. Chissà come era riuscito a introdursi nell’esclusivo «Krahenest». Strano che non l’avessi visto entrare, forse in quel momento io non avevo occhi che per mio figlio. La sua presenza, comunque, gettò un’ombra scura anche se passeggera sul mio ottimo umore. «Poveretto» pensai però generosamente «lasciamogli godere il buon cibo e il buon vino tedesco, lo sazieranno e forse porteranno un po’ di sorriso, di sano sorriso tedesco, su quella sua faccia smunta di yiddish». Mi lisciai i baffetti con l’unghia del pollice e scostai la ciocca che mi era ricaduta sulla fronte.
    Intanto mio figlio stava dicendo: — Inoltre, papà, se non si fossero sviluppati i mezzi di trasporto elettrici e se negli ultimi dieci anni i rapporti fra Germania e Stati Uniti non fossero stati così buoni, forse noi non avremmo mai ottenuto quelle forniture di elio naturale del Texas di cui i nostri Zeppelin avevano un disperato bisogno nel breve e cruciale periodo prima che si iniziasse su scala industriale la produzione di elio sintetico. Le ricerche che ho fatto a Washington mi hanno rivelato che nell’esordio americano c’era una forte corrente contraria alla cessione di elio ad altri stati, e in particolar modo alla Germania. Solo l’influenza di Ford, Edison e altri influenti personaggi americani subito intervenuti, poté prevenire l’attuazione di quella stupida mossa. Se quei militari ottusi fossero riusciti nel loro intento, la Germania sarebbe stata probabilmente costretta ad adoperare idrogeno invece di elio sui dirigibili. Ecco un altro evento decisivo.
    — Uno Zeppelin riempito di idrogeno…? ridicolo! Un dirigibile simile sarebbe una bomba volante, pronta a esplodere alla minima scintilla — protestai.
    — Non poi tanto ridicolo, papà — mi contraddisse mio figlio. — Scusami se entro nel tuo campo, ma in certi sviluppi industriali vi sono degli imperativi inderogabili. Se è impossibile trovare una strada sicura si sceglie per forza quella pericolosa. Devi ammettere, papà, che, agli inizi, le aeronavi commerciali costituivano un’avventura molto rischiosa. Negli anni «venti» si verificarono i terribili disastri dei dirigibili americani Roma Shenandoha che si spezzò in due, Akron e Macon, dell’inglese R-38 che si schiantò in cielo, del francese Dixmunde che scomparve nel Mediterraneo, dell’Italia di Mussolini, che si fracassò nel tentativo di raggiungere il Polo Nord, e del russo Maxim Gorky abbattuto da un aeroplano, con una perdita complessiva di non meno di trecentoquaranta persone nei nove incidenti. Se questi incidenti fossero stati seguiti dall’esplosione di un paio di Zeppelin a idrogeno, l’industria mondiale avrebbe forse abbandonato per sempre l’idea di costruire dirigibili di linea, passando invece alla creazione e allo sviluppo di grandi aerei più pesanti dell’aria, a motore.
    Aeromobili mostruosi, sempre in pericolo di precipitare per un guasto al motore al posto dei bravi vecchi, inaffondabili Zeppelin?… Impossibile. Scossi la testa, ma senza convinzione, perché in fondo, ripensandoci, l’ipotesi di mio figlio non era poi tanto assurda.
    In effetti quei nove disastri si erano realmente verificati e l’ago della bilancia si sarebbe spostato in favore degli aerei a motore per il trasporto di truppe e passeggeri, se non fosse stato per l’elio, la batteria T.S. Edison e il genio tedesco.
    Per fortuna, su questi sconfortanti e inquietanti pensieri ebbe il sopravvento l’ammirazione per la profonda e ampia cultura di mio figlio. Quel ragazzo era una meraviglia, degno rampollo del vecchio ceppo… e forse anche migliore!
    — E ora, Dolf — proseguì chiamandomi col diminutivo (come faceva a volte senza che io me ne avessi a male) — posso cambiare argomento? O, per essere più precisi, passare a un esempio completamente diverso dalla mia ipotesi sui momenti storici cruciali?
    Annuii senza parlare, perché avevo la bocca piena di deliziosi «sauerbraten», piccoli gnocchi tedeschi, mentre le mie narici aspiravano l’aroma ineguagliabile del cavolo rosso in agrodolce. Ero talmente preso dalle spiegazioni di mio figlio che non m’ero nemmeno accorto quando ci avevano portato il piatto. Inghiottii, bevvi un sorso di ottimo Zinfaldel rosso, e dissi: — Va’ avanti, sono tutto orecchi.
    — Si tratta delle conseguenze della guerra civile americana, papà — disse, cogliendomi di sorpresa. — Sai che nel decennio successivo a quel sanguinoso conflitto, ci fu il serio pericolo che la causa della libertà dei Negri, per cui era stata combattuta quella guerra, qualunque cosa si possa dire in contrario, venisse completamente annientata? Tutto il lavoro di Lincoln, di Thaddeus Stevens, di Charles Sumner, del Freedmen’s Bureau e della Union League Club distrutto. Immagina se perfino il Ku-Klux-Klan invece di essere represso una volta per tutte avesse potuto rinascere e manifestarsi liberamente? Sì, padre mio, le mie approfondite ricerche mi hanno convinto che tutto questo avrebbe potuto benissimo succedere, col risultato che i Negri sarebbero tornati schiavi o pressappoco, con la prospettiva di un’altra guerra o, nella migliore delle ipotesi, con un rinvio di decine d’anni della Ricostruzione. Non è difficile immaginare quali disastrosi effetti avrebbe avuto tutto questo sul carattere degli americani: la sincera fede nella libertà si sarebbe trasformata in ipocrisia, tanto per dirne una. Ho pubblicato una tesi su questo argomento nel «Journal of Civil War Studies».
    Io mi limitai ad annuire. Questo argomento era terra incognita per me, tuttavia quel poco che sapevo di storia americana bastava a farmi capire che mio figlio aveva indubbiamente trovato un altro punto critico, e più che mai rimasi colpito dalla sua multiforme erudizione. Indubbiamente era un degno rappresentante della grande tradizione culturale tedesca, un pensatore profondo e di ampie vedute. Com’ero fortunato ad essere suo padre! Non per la prima volta, ma con lo stesso sincero fervore, ringraziai Dio e le Leggi di Natura, per avermi indotto a trasferire tanti anni prima la mia famiglia da Brunau, in Austria, dov’ero nato nel 1889, a Baden-Baden dove mio figlio era cresciuto nell’ambiente della grande, nuova università ai margini della Foresta Nera e a solo 150 chilometri dalla fabbrica di dirigibili del Conte Zeppelin, a Friedrichschafen, sul Lago di Costanza.
    Alzai il mio bicchiere di «Kirschwasser» in un solenne e silenzioso brindisi, senza quasi rendermene conto stavamo finendo di pranzare, e ingollai d’un sorso il robusto, infocato, trasparente cherry brandy.
    Chinandosi verso di me, mio figlio continuò: — E ora vorrei aggiungere un altro argomento alla mia teoria, che sono deciso a esporre in un libro intitolato «Se le cose si fossero volte al peggio» o «Se le cose fossero andate male», e che illustrerò con dozzine di esempi… Bene, questo nuovo argomento forse ti addolorerà, Dolf, voglio avvertirti prima.
    — Non temere — gli risposi con indulgenza — parla pure.
    — Va bene. Nel novembre del millenovecentodiciotto quando i britannici avevano sfondato la Linea Hindenburg e l’esausta armata germanica scavava trincee lungo il Reno come estrema sfida, proprio immediatamente prima che gli Alleati al comando del maresciallo Foch lanciassero l’ultima, decisiva offensiva che insanguinò la nostra patria fino a Berlino…
    Avevo capito fin dalle prime parole il motivo del suo avvertimento. I ricordi mi balzarono vividi alla mente come i lampi abbaglianti del campo di battaglia col suo fragore assordante. La compagnia che io comandavo era stata una delle più disperatamente audaci di quelle ricordate da mio figlio, decisa a difendere fino alla morte l’ultima trincea. E poi Foch aveva sferrato l’offensiva, e noi ci eravamo ritirati, sempre più indietro, più indietro, schiacciati dal numero e dalla potenza del nemico coi suoi fucili, i suoi carri armati e le sue autoblindo, ma soprattutto la sua imponente flotta aerea al comando di De Haviland e Handley-Page, i bombardieri scortati dai ronzanti Spads e altri apparecchi, che avevano distrutto tutti i nostri Fokker e Pfalze e avevano provocato in Germania distruzioni molto maggiori di quante non ne avessero provocate in Inghilterra e in Francia i nostri Zeppelin. Indietro, indietro, sempre più indietro, combattendo, disperandoci, riaggruppandoci attraverso la terra germanica devastata, decimati ma decisi a resistere ancora, fin quando non giunse la fine tra le rovine di Berlino, e allora anche il più audace di noi fu costretto ad ammettere che eravamo sconfitti e ad accettare la resa incondizionata…
    Questi brucianti ricordi mi si affollavano nella mente, mentre mio figlio proseguiva: — Nel momento cruciale, in quel novembre millenovecentodiciotto, si presentò la possibilità, i miei studi lo hanno dimostrato al di là di ogni dubbio, che i nemici ci offrissero un armistizio e noi lo accettassimo. Il presidente Wilson era incerto, i francesi stanchi, e così via. E se questo si fosse verificato, Dolf, ascoltami bene, la Germania sarebbe entrata nella decade del millenovecentoventi con uno stato d’animo completamente diverso. Convinta di esser stata vinta ma non battuta, avrebbe favorito la recrudescenza del militarismo pan-germanico. E l’umanismo scientifico tedesco non avrebbe riportato una vittoria netta e decisiva sulla Germania degli, sì, diciamolo pure, degli Unni.
    «Quanto agli alleati, irritati per non aver raggiunto la vittoria completa che avevano avuto a portata di mano avrebbero finito col trattare la Germania molto meno generosamente di quanto non fecero dal momento che la loro sete di vendetta era stata placata dall’avanzata fino a Berlino. La Società delle Nazioni non sarebbe diventata quel solido strumento di pace che è oggi. Forse l’America l’avrebbe sconfessata e sicuramente la Germania l’avrebbe detestata. Le ferite non si sarebbero mai rimarginate perché, paradossalmente, non erano state abbastanza profonde. Ecco, Dolf, ho finito, e spero di non averti turbato troppo.
    Io mi lasciai sfuggire un profondo respiro. Poi le rughe della mia fronte si spianarono e dissi, in tutta sincerità: — No, figliolo mio, anche se hai toccato nel vivo le mie vecchie ferite. Tuttavia sono convinto che la tua interpretazione sia valida. Voci di armistizio circolavano fra le truppe in quel nero autunno del millenovecentodiciotto. E so fin troppo bene che se avessimo accettato l’armistizio allora, gli ufficiali come me avrebbero pensato che i soldati tedeschi non erano stati realmente sconfitti, ma solo traditi dai capi e dai sovversivi rossi, e avremmo cominciato a cospirare in modo da poter riprendere la guerra in circostanze più favorevoli. Figlio mio, brindiamo alle tue brillanti intuizioni.
    I nostri bicchieri si toccarono con un delicato tintinnio, e bevemmo le ultime gocce lievemente amarognole del «Kirschwasser». Io imburrai una fettina di «pumpernickel» — è buona cosa terminare il pasto con il pane — e la mordicchiai. Un senso di pace di grande soddisfazione mi invase. Era un momento aureo, uno di quei momenti che sarei stato felice durassero per sempre, mentre ripensavo alle parole di mio figlio e me ne compiacevo profondamente. Sì, quella pausa fu come una pepita d’oro nello scorrere incessante del tempo… la conversazione stimolante, gli ottimi cibi, le deliziose bevande, l’ambiente lussuoso…
    In quel momento i miei occhi si posarono per caso sull’ebreo, la cui presenza strideva, mi spiace ammetterlo, nell’ambiente e col mio stato d’animo. Non so perché, mi fissò un attimo con odio, poi abbassò subito lo sguardo…
    Tuttavia quel piccolo incidente, per quanto inquietante, non turbò la mia pace, che pensai di prolungare dicendo: — Caro figliolo, questo è il pranzo più eccitante anche se singolare che abbia mai gustato. Le tue ipotesi sui momenti cruciali della storia mi hanno aperto favolosi orizzonti in cui stento ancora a credere. Un mondo orribile di Zeppelin a idrogeno che si possono incendiare, di migliaia e migliaia di auto a benzina costruite da Ford al posto di quelle elettriche, di Negri americani tornati schiavi, di Madame Curie o Becquerel, senza la batteria T.S.Edison e senza T.S.Edison stesso, un mondo in cui gli scienziati tedeschi sono dei sinistri paria invece che tolleranti e umanitari leader del pensiero umano, un mondo in cui un vecchio Edison privo del valido aiuto della sua compagna, pensa, senza riuscire a crearla, a una potente batteria elettrica, un mondo in cui Woodrow Wilson non insiste perché la Germania sia ammessa alla Società delle Nazioni; un mondo pieno di odio che corre verso il baratro di una seconda guerra mondiale. Oh, è davvero un mondo incredibile, pure, grazie alle tue ipotesi, ho creduto potesse essere reale, tanto da temere che questo sia un sogno e quello il mondo vero.
    Senza rendermene conto guardai l’ora, e mio figlio fece lo stesso: — Dolf! — esclamò alzandosi. — Spero che le mie stupide chiacchiere non ti abbiano fatto perdere…
    Anch’io balzai in piedi…
    — No, no, figliolo — mi sentii dire con voce un po’ incerta — però devo affrettarmi se non voglio perdere l’Ostwald. «Aufwiedersehen, mein Sohn»…
    E mi lanciai di furia, come uno spettro che vola attraverso l’aria, lasciandomi alle spalle mio figlio. Nell’agitazione che mi aveva preso, mi pareva che il locale vibrasse, diventando a tratti più luminoso e più buio, come una lampadina dal sottile filamento di tungsteno che sta per scoppiare e polverizzarsi…
    Nella mente sentivo una voce ripetere, con tono pacato ma che non lasciava speranza: «Le luci dell’Europa si stanno spegnendo. Non credo che verranno riaccese nel corso della mia generazione…».
    A un tratto l’unica cosa importante al mondo, per me, fu di arrivare in tempo per potermi imbarcare sull’Ostwald. Questo, e solo questo, mi avrebbe dato la conferma che vivevo nel mondo reale, non in sogno. Avrei toccato l’Ostwald, non ne avrei solo parlato…
    Mentre passavo correndo fra le statuette di bronzo, mi parve che si rattrappissero, che le facce si trasformassero in ghigni di vecchie streghe… quattro maligni coboldi che sogghignavano fissandomi, perché sapevano, sapevano…
    Alle mie spalle, intanto, avevo scorto una figura alta e scheletrica vestita di nero…
    Il corridoio che mi si apriva davanti era stranamente breve e finiva in un muro. La sala d’aspetto non c’era più…
    Aprii la porta delle scale e salii a quattro a quattro i gradini come se avessi avuto vent’anni e non quarantotto…
    Alla terza rampa mi arrischiai a voltarmi… una rampa più in basso c’era il mio sinistro inseguitore ebreo…
    Spalancai la porta che dava accesso al centoduesimo piano. Qui almeno, pensai, c’era il cancello d’argento dell’ascensore della torre, con la scritta «Zum Zeppelin». Finalmente avrei raggiunto l’Ostwald.
    Ma il cancello era un semplice cartoncino bianco, e la scritta, su una comune porta di metallo, diceva: «Fermo per manutenzione».
    Mi gettai contro la porta tentando di aprirla, strizzando gli occhi perché non riuscivo a mettere a fuoco la vista. Quando finalmente riuscii a vedere, anche la porta e il cartello erano scomparsi e io stavo graffiando il muro.
    Qualcuno mi toccò il braccio, e mi voltai di scatto.
    — Scusatemi — disse premuroso il mio ebreo. — State forse poco bene? Posso fare qualcosa?
    Scossi la testa, non so se per dire di no o per snebbiarmi. — Cerco l’Ostwald — balbettai con un filo di voce, ansimando per la salita. — Lo Zeppelin — spiegai, e vidi che non capiva.
    Forse sbaglio, ma mi parve di scorgere un lampo di segreta gioia brillare in fondo ai suoi occhi, sebbene l’atteggiamento premuroso restasse immutato.
    — Oh, il dirigibile — disse, con una voce che mi pareva troppo zuccherosa. — Volete dire l’«Hindenburg».
    «Hindenburg»? ripetei fra me. Non esistevano Zeppelin con quel nome. O sì? Che mi fossi sbagliato? Avevo la mente annebbiata ma tentavo disperatamente di assicurarmi che ero io, io nel mio vero mondo… «Bin Adolf Hitler, Zeppelin Fachman»…
    — L’«Hindenburg», in ogni caso, non attracca mai qui — stava dicendo l’ebreo — anche se una volta si parlò di fare dell’Empire State la stazione ormeggio dei dirigibili più grandi. Forse ne avete sentito parlare, e credevate… Ma è evidente che non sapete ancora della tragedia — continuò con una sollecitudine che mi riusciva insopportabile. — Spero che non cerchiate l’«Hindenburg» perché a bordo c’era qualche persona a voi cara. Fatevi forza. Poche ore fa, mentre stava per ormeggiarsi a Lakehurst, nel New Jersey, l’«Hindenburg» si è incendiato ed è andato distrutto in pochi secondi. Le vittime sono una quarantina. Fatevi forza — ripeté.
    — Ma l’«Hindenburg», cioè l’Ostwald — obbiettai — non si può incendiare. È uno Zeppelin a elio.
    — Oh, no — mi contraddisse l’ebreo. — Non sono uno scienziato ma so che l’«Hindenburg» era pieno di idrogeno… tipico della noncuranza dei tedeschi verso i rischi. Meno male comunque che non abbiamo venduto l’elio ai nazisti.
    Lo fissai agitando a fatica la testa in un debole tentativo di diniego, ma lui stava già pensando ad altro, perché disse: — Scusatemi, ma mi pare di avervi sentito fare il nome di Adolf Hitler. Forse vi hanno già detto che gli somigliate. Se fossi in voi, mi taglierei i baffi.
    Mi sentii invadere da una furia cieca per questa sciocca e inspiegabile osservazione che era stata pronunciata in tono inequivocabilmente offensivo. Poi vidi tutto rosso, l’ambiente che mi circondava fu scosso da violente vibrazioni e io mi sentii torcere nei precordi. Fu quel senso di torsione che si prova passando fuori del tempo da un universo a un altro parallelo. Divenni un altro uomo che si chiamava ancora Adolf Hitler, come il dittatore nazista, un tedesco americano nato a Chicago che non era mai stato in Germania e non parlava tedesco, che gli amici schernivano per la sua somiglianza con l’altro Hitler e che ripeteva cocciuto: «No, non voglio cambiar nome. Che se lo cambi quel bastardo del Fiihrer oltre Atlantico. Non avete mai sentito raccontare dell’inglese Winston Churchill che scrisse al suo omonimo americano autore de “La Crisi” e altri romanzi, proponendogli di cambiar nome per evitare equivoci, dato che anche l’inglese aveva scritto dei libri? Be’, l’americano gli rispose che l’idea non era malvagia, ma dal momento che lui era maggiore di tre anni, toccava all’inglese cambiare nome. Io la penso esattamente allo stesso modo nei confronti di quel figlio di buonadonna di Hitler.»
    L’ebreo continuava a fissarmi con scherno. Stavo per dirgli quel che si meritava, quando provai per la seconda volta quell’irreale senso di transizione. La prima volta mi aveva portato da un universo all’altro, ma la seconda coinvolse anche il tempo: in un attimo solo ero invecchiato di 14 o 15 anni, passando dal 1937 (in questo caso ero nato nel 1889 e avevo 48 anni), al 1973 (ero nato invece nel 1910 e avevo 63 anni). Anche il mio nome era cambiato, ridiventando quello vero (ma lo era?), e avevo un figlio sposato titolare di una cattedra in una università di New York, esperto di storia sociale, elaboratore di brillanti teorie, ma non di quella relativa ai momenti cruciali della storia.
    E l’ebreo, quell’uomo alto e scheletrico vestito di nero dai lineamenti semitici, era scomparso.
    Portai istintivamente la mano al taschino della giacca, poi frugai all’interno. La tasca non aveva chiusura lampo e non conteneva documenti preziosi, ma solo un paio di vecchie buste su cui avevo scribacchiato qualcosa a matita.
    Non ricordo come uscii dall’Empire State Building. Probabilmente presi l’ascensore. Di quei momenti riesco solo a ricordare l’insistente immagine di King Kong che precipitava dalla torre come un gigantesco, grottesco, ma anche pietoso orsachiotto di pezza.
    Ricordo che m’incamminai come in trance e vagai per ore lungo le vie di Manhattan impregnate di ossido di carbonio e gas cancerogeni, e quando finalmente tornai in me era il crepuscolo e stavo percorrendo Hudson Street, al limite settentrionale del Greenwich Village. Avevo lo sguardo fisso sulla sommità di un altissimo edificio grigio. Credo che fosse il World Trade Center, alto 450 metri. E poi mi trovai davanti la faccia sorridente di mio figlio, il professore.
    — Justin! — esclamai.
    — Fritz! — rispose lui! — Cominciavamo a preoccuparci. Dove ti eri cacciato? Non che voglia mettere il naso in cose che non mi riguardano. Se avevi un appuntamento con una bella ragazza, non occorre che tu me lo stia a raccontare.
    — Grazie — dissi — sono un po’ stanco e ho freddo. Ma no, ho fatto solo un giretto e ci ho messo più tempo di quel che pensavo. Manhattan è cambiata in tutti questi anni che ho vissuto in California, ma non poi tanto.
    — Fa fresco davvero — disse lui. — Fermiamoci là in quel locale con l’insegna nera. È il «Cavallo Bianco». Lo frequentava Dylan Thomas e dicono che scrisse una poesia sul muro, ma poi ci hanno passato su una mano di bianco. Però il pavimento è cosparso di autentica segatura.
    — Bene — dissi — ma io prenderò solo un caffè, niente birra. Se non c’è caffè, una coca.
    Non sono un tipo da «Prosit!», io!
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